L’infiammazione si manifesta come il naturale e necessario processo biologico messo in atto da un organismo i cui tessuti hanno subito un danno strutturale, sia esso di natura traumatica o chirurgica.

Conoscere il meccanismo biologico dell’infiammazione è un requisito indispensabile per il fisioterapista, al fine di avere a disposizione le basi teoriche sulle quali strutturare un maniera efficace una valutazione funzionale degna di un appropriato programma riabilitativo, definito sull’individuo.

Ti riporterò di seguito le caratteristiche principali e i dettagli più utili relativi al processo infiammatorio.

Generalmente, la fase infiammatoria di un tessuto biologico (dovuta a trauma generico o ad intervento chirurgico) occupa un arco temporale di circa 4-7 giorni. Quando le cellule subiscono danno entra in gioco un meccanismo di interruzione dell’apporto ematico, con conseguente rilascio di agenti chimici (istamina, fattori di crescita nervosa, prostaglandine, ecc.) e successiva vasodilatazione dei vasi prossimi alla lesione, determinando la diffusione in tutta l’area danneggiata di un fluido infiammatorio (essudato).

L’essudato infiammatorio funge da vera e propria copertura superficiale della ferita, grazie alla sua consistenza gelatinosa per la ricca quantità di acido ialuronico e proteoglicani prodotta dai mastociti presenti al suo interno. L’alta concentrazione di fibrina consentirà inoltre la cicatrizzazione dell’intera area danneggiata.

Fondamentale da comprendere per una buona pratica riabilitativa è l’importanza del controllo dell’infiammazione. Comprendiamo alcuni dettagli per avere un quadro chiaro riguardo l’importanza di questo punto.

Per far sì che il processo di infiammazione vada a buon fine risulta necessaria la presenza dei globuli bianchi (neutrofili e macrofagi prevalentemente) la cui azione determinerà, oltre che una pulizia della ferita da detriti e agenti infettivi, anche l’attivazione di fibroblasti per la successiva cicatrizzazione dell’intera zona.

L’attività dei macrofagi comporterà la produzione di scarti metabolici (acido lattico e acido ascorbico) che richiamerà l’azione di altri macrofagi, con un effetto a cascata sorprendente.

C’è da considerare però due conseguenze negative di un’attività fagocitaria così alta:

  • l’intensità e la durata così alta del processo infiammatorio potrebbe portare ad uno stato cronico dell’infiammazione;
  • l’eccessiva presenza di cellule infiammatorie e di cellule ricostituenti il tessuto potrebbero portare alla formazione di eccessivo tessuto cicatriziale, con conseguenze funzionali decisamente negative.

Il danno tissutale stimola, oltre quanto già visto, anche una neovascolarizzazione per permettere al sangue di trasportare ossigeno ed elementi nutritivi in aree in cui l’apporto ematico è stato interrotto. A tal proposito, altra condizione che richiamerebbe un prolungamento della fase infiammatoria è la presenza di microemorragie:  i capillari neo formati risultano essere molto fragili ed è pertanto fondamentale ridurre al minimo sollecitazioni termiche (calore) e meccaniche (mobilizzazione eccessiva, compressione e stiramento dei tessuti infiammati).

Definiti i punti principali del processo infiammatorio, vediamo ora agli obiettivi da seguire e le più utili strategie da attuare.

Per prima cosa, è fondamentale garantire alla zona da trattare delle condizioni specifiche:

  • riduzione del dolore;
  • riduzione della temperatura;
  • contenimento della produzione di essudato infiammatorio;
  • protezione dei tessuti.

In questo contesto, il gold standard è senza dubbio il PRICE, ovvero l’integrazione di specifici interventi atti a gestire i punti precedentemente elencati:

  • Protection (protezione e pulizia della ferita);
  • Rest (riposo controllato e costante);
  • Ice (ghiaccio, applicato secondo specifiche indicazioni);
  • Compression (compressione attraverso bendaggi di diversa natura);
  • Elevation (elevazione della struttura anatomica coinvolte).

Tengo a precisarti alcune importanti indicazioni relative ad alcuni punti di questa strategia di intervento.

#Protezione e riposo

Definita al meglio una condizione di protezione della zona interessata, il riposo è senz’altro una prerogativa da rispettare, considerando soprattutto le indicazioni post chirurgiche dello specialista. Per prevenire però delle condizioni di eccessiva ipotonia muscolare, saranno utili delle stimolazioni dei gruppi muscolari presenti in quello specifico comparto anatomico attraverso proposte di contrazioni isometriche opportunamente somministrate. Importante in questo caso definire dei limiti alla mobilizzazione precoce che rispettino la capacità di carico del tessuto interessato.

#Ghiaccio

Nel suggerire l’applicazione di ghiaccio, è fondamentale indicare delle applicazioni di circa 20-30 minuti, ogni 3 ore per tutto l’arco della giornata. L’applicazione diretta di ghiaccio sulla zona interessata è sconsigliata, per evitare danni tissutali da una riduzione eccessiva della temperatura: è utile consigliare di disporre il ghiaccio in un asciugamano umido da appoggiare sulla zona. Un’attenzione particolare va alle applicazioni sulle aree dove i nervi periferici sono più superficiali, come la parte mediale del gomito (nervo ulnare) o quella postero laterale ginocchio (nervo peroneo comune), riducendo qui la durata dell’applicazione a circa 10 minuti.

#Compressione ed elevazione

L’elevazione e la compressione dell’arto costituiscono due momenti importanti per una corretta stimolazione del microcircolo. Pertanto l’applicazione di tali strategie va limitata ad un tempo non eccessivo, al fine di evitare aumenti dannosi della pressione intramuscolare. A tal proposito, è importante considerare anche la possibilità che l’edema aumenti in maniera improvvisa (effetto rebound) nei momenti di passaggio dalla posizione di riposo in elevazione a quella sotto carico.

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